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PSICOLOGICAMENTE PARLANDO: GLI EFFETTI DEL MOBBING

Rubrica dedicata a tematiche psicologiche a cura della dott.ssa Stefania Arcaini, psicologa e psicoterapeuta specializzata nella psicoterapia di adolescenti e adulti.

Per suggerire temi da affrontare scrivetemi: arcainistefania@gmail.com



Il termine mobbing deriva dal verbo inglese "to mob", che significa "attaccare, assalire, aggredire, accerchiare". Alla fine degli anni '80, il primo a utilizzare questo termine per indicare una condizione di persecuzione psicologica nell'ambiente di lavoro fu lo psicologo tedesco Heinz Leymann. In Italia, l'attenzione verso questo fenomeno è iniziata negli anni '90, grazie all'importante contributo dello psicologo del lavoro Harald Ege, il quale definisce il mobbing come “una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori” (Ege, 1997). Si distinguono diverse tipologie di mobbing. Parliamo di mobbing verticale (discendente o dall'alto) quando le azioni mobbizzanti vengono messe in atto da un superiore ai danni della vittima. Quando le azioni vessatorie sono messe in atto dai colleghi pari grado ai danni della vittima, invece, siamo di fronte al mobbing orizzontale. È importante precisare che non si può considerare mobbing qualsiasi forma di conflitto all'interno dell'ambiente di lavoro, così come esso non va confuso con più generiche condotte stressanti.

Il mobbing, infatti, è caratterizzato da un'azione sistematica e premeditata, consciamente o inconsciamente, ai danni di una vittima ben precisa, con l'intento di danneggiarla o allontanarla, costringendola alle dimissioni o provocandone un motivato licenziamento. Inoltre, un presupposto fondamentale è il requisito temporale, ossia le azioni mobbizzanti devono essere regolari, sistematiche, frequenti e durare almeno sei mesi. Ege ha individuato una variante di questo fenomeno, che ha definito quick mobbing, che consiste in attacchi particolarmente intensi e frequenti e per il quale la durata necessaria viene ridotta a tre mesi.

Le azioni mobbizzanti possono essere palesi o sottili e mirano ad esclude- re dall'azienda un lavoratore scomodo o sgradito. Le motivazioni sotto- stanti a tali comportamenti aggressivi possono essere molte, come la competizione, l'invidia, l'antipatia personale, il razzismo, la discriminazione di genere. Il lavoratore mobbizzato viene emarginato, umiliato, criticato, mortificato e subisce un danno alla sua integrità psicofisica e alla sua dignità. Vive in uno stato di incertezza molto forte e di costante allerta, si sente demotivato e teme di perdere il posto di lavoro.

Il senso di isolamento e la mancanza di solidarietà contribuiscono ad acuire gli effetti negativi sulla salute. La persona mobbizzata continua a pensare al lavoro, inizia a macerarsi, si chiede cosa può aver fatto di male per meritarsi l'emarginazione, perde autostima e diventa vulnerabile, inca- pace di sostenere il confronto. Può sviluppare disturbi quali insonnia, stanchezza cronica, somatizzazioni (ad esempio frequenti mal di testa, mal di stomaco), attacchi di panico e depressione. Nei casi più gravi, è alto il rischio suicidario.

Spesso la vittima non riesce a collegare i sintomi di cui soffre con le violenze psicologiche subite nell'ambito lavorativo.

Comprendere che il proprio disagio è causato dal mobbing è un passo fondamentale per uscire dallo stato di prostrazione ed iniziare ad affrontare il problema. Data la sua complessità, è in genere opportuno rivolgersi per aiuto e supporto a più figure professionali, quali medici, psicologi o psicoterapeuti, sindacalisti e avvocati. Molte ricerche dimostrano che gli effetti negativi del mobbing non cessano con il venir meno della condotta vessatoria, ma si prolungano nel tempo, per un periodo compreso mediamente tra i 12 e i 18 mesi. Anche per questo motivo, può essere indicato un percorso psicoterapico.

Il mobbing provoca danni, non solo alla vittima, ma anche all' organizzazione e sarebbe auspicabile da parte delle aziende un'attenzione costante alla prevenzione del fenomeno.

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