LA SINDROME DA BURNOUT TRA I PROFESSIONISTI DELLA SALUTE
Chi opera nelle professioni di aiuto e assistenza corre il rischio di sviluppare la sindrome da burnout.
Il termine burnout letteralmente significa “essere bruciati” e venne inizialmente usato in ambito sportivo per indicare l'incapacità di un atleta di migliorare le sue prestazioni.
A partire dagli anni settanta venne utilizzato per definire l'insieme di sintomi riscontrati in operatori sociali e che può interessare tutte le professioni a elevato tasso di relazionalità. La sindrome è caratterizzata da esaurimento emozionale e fisico, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale, come descritto da Maslach e Jackon.
L'esaurimento emozionale deriva da un eccessivo coinvolgimento emotivo del professionista, che si sente svuotato e annullato dal proprio lavoro, privo di energie e incapace di dare qualcosa agli altri.
I sintomi fisici comprendono stanchezza, disfunzioni gastrointestinali, tachicardia, insonnia, cefalee.
La depersonalizzazione si manifesta con allontanamento, rifiuto, reazioni sgarbate verso il fruitore della prestazione professionale. Per riduzione della realizzazione personale, infine, si intende perdita di autostima, senso di inadeguatezza al lavoro e di fallimento.
La sindrome da burnout è particolarmente diffusa tra i medici e il personale sanitario: secondo il Rapporto ENPAM-Eurispes (2024) il fenomeno del burnout colpisce il 52% dei medici e il 45% degli infermieri (con un' incidenza doppia tra le donne). Si tratta di un processo inconsapevole che comporta un' inevitabile ripercussione sulla qualità delle prestazioni sanitarie.
Studi e ricerche dimostrano l'alta incidenza dei fattori legati al contesto lavorativo nell' aumentare il rischio di burnout, mentre le caratteristiche personali non risultano essere componenti determinanti del burnout, pur influenzando le modalità attraverso le quali il soggetto interpreta e reagisce al contesto.
A causare un livello alto di stress prolungato nel tempo sul personale sanitario concorrono:
• la carenza di personale;
• gli orari di lavoro prolungati, con turni massacranti;
• i carichi di lavoro eccessivi;
• la mancanza di riconoscimento e la carenza di supporto organizzativo;
• la mole di compiti amministrativi e burocratici, che vanno a discapito del tempo dedicato all'ascolto e alla cura dei pazienti;
• la pressione emotiva data dal costante contatto con la sofferenza e la morte;
• l'alto livello di responsabilità;
• la difficoltà di gestire la frustrazione di pazienti e dei loro familiari, poichè non sempre è possibile accogliere e soddisfare le loro aspettative.
Per prevenire il burnout nel personale sanitario è fondamentale intervenire sia sulla dimensione organizzativa, con interventi concreti che richiedono l' investimento di maggiori risorse economiche che consentano di aumentare l'organico e di ridurre i carichi di lavoro, sia sulla dimensione individuale, favorendo momenti di confronto e supervisione di gruppo e potenziando le risorse personali per accrescere le capacità di gestire lo stress.
Dr.ssa Stefania Arcaini
Rubrica dedicata a tematiche psicologiche, a cura della dottoressa Stefania Arcaini, psicologa e psicoterapeuta specializzata nella psicoterapia di adolescenti e adulti. Per suggerire temi da affrontare scrivetemi: arcainistefania@gmail.com




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