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La Biblioteca che vorremmo

E' pronta la nuova biblioteca di Peschiera. Intendiamoci, la notizia è buona, volutamente evitiamo la facile polemica sugli anni di ritardo e sul fatto che, casualmente, venga inaugurata nell'ultimo anno di vita di questa amministrazione, immaginiamo anche che potrà disporre del meglio che la tecnologia offre ma noi dell'Impronta vorremmo approfittare di questa notizia per parlare della Biblioteca che vorremmo.

Perché secondo noi le trasformazioni in atto nella società, le dinamiche della vita quotidiana, hanno ancora più impatto della applicazione delle tecnologie digitali per cui è necessario teorizzare idee innovative e di forte impatto sul posizionamento, sopra tutto sociale, della biblioteca nel terzo millennio. Cominciamo dal Manifesto dell'UNESCO che considera le biblioteche “vie di accesso alla comunicazione” indispensabili per l' apprendimento permanente, l' indipendenza nelle decisioni, lo sviluppo culturale dell' individuo e dei gruppi sociali. Già da qui si intuisce che la biblioteca cessa di essere il luogo da raggiungere per prendere un libro, studiare o informarsi, la biblioteca si apre, è lei a raggiungere ogni essere umano, senza distinzioni e questa volta non parliamo di differenze etniche o religiose, ma di differenze sociali, economiche, di cultura di base.

La biblioteca per promuovere la libertà intellettuale, per sviluppare il pensiero creativo, per fare in modo che ognuno non abbia remore ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni in modo degno. Quindi in sintesi una biblioteca che permetta una progressiva apertura nei confronti di quelle fasce più deboli rimaste escluse dalla fruizione della conoscenza. OK direte voi, ma quindi? Cosa deve fare la biblioteca del terzo millennio? Potremmo iniziare col dire che il futuro degli edifici pubblici vedrà unite la biblioteca tradizionale con il centro civico, non più quindi solo un luogo di accesso alle culture, ma anche di accesso alla informazione, alle esperienze, al lavoro, alla vita di tutti i giorni.

Il riferimento ideale potrebbe essere la Oodi di Helsinky, qui troviamo un piano terra con spazi eventi e mostre, una sala polifunzionale, un cinema ed un caffè ristorante. Il primo piano è dedicato ad attività sociali e creative per singoli, gruppi e famiglie. Qui si può trovare lo spazio lavoro condiviso (ricordate quando L'Impronta parla di incubatore di impresa per giovani?), ma anche una sala giochi, laboratori per prodotti artigianali, noi vorremmo aggiungere anche una sala prove a rotazione per la musica e uno sportello comunale per abbinare domanda e offerta di lavoro. Il secondo piano ad Helsinky ospita la biblioteca come la si intende abitualmente, un posto molto luminoso con ampie vetrate dove libri e computer tornano ad essere protagonisti assoluti.

Ecco la nostra idea, un luogo dove oltre che studiare si possa sperimentare, dove la proposta sia di azioni partecipative dove il così detto bibliotecario diventi un modello dinamico proteso alle relazioni sociali, non un prestalibri, ma un coadiutore della conoscenza. Una persona che sia anche in grado di offrire la competenza critica che permetta di individuare l'informazione affidabile da quella dannosa sempre più presente nei social network. Il concetto finale sarà che i bisogni sociali non vengano soddisfatti solo dallo Stato e dal Comune, ma quest'ultimo metta a disposizione luoghi e persone che aiutino la comunità attraverso lo sviluppo di legami sociali, esperienza (pensiamo alle persone anziane che insegnano lavori di artigianato), insomma biblioteca come piazza reale che possa aiutare a contrastare, sopra tutto nei giovani, la ricerca del virtuale come strada di vita migliore. Da questo punto di partenza ogni meta è raggiungibile, perché non è più un luogo chiuso ma è diventata una finestra sul mondo, che ottenendo risultati può anche pensare al fundraising per sostenere i propri bisogni per ampliare le attività, ma forse sarebbe sufficiente, almeno per ora, che la biblioteca aiutasse ognuno a ritrovare la propria identità per essere protagonista nella vita e non nei social perché alla fine investire nella conoscenza costa meno di quanto ci costa l'ignoranza.

Massimo Turci

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