ERIKA BERRA artista dell’anima Intervista alla pittrice e autrice
- improntaredazione
- 2 giorni fa
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Come e quando hai iniziato a dipingere?
E.: Ho sempre disegnato, fin da bambina. Ricordo pomeriggi interi seduta in giardino, con il mio cane accanto e una quantità infinita di colori sparsi intorno. Era il mio mondo. Crescendo ho capito che non era solo un gioco. Così ho scelto il liceo artistico. Una scelta che in casa non è stata accolta bene. I miei ripetevano la frase che tanti conoscono: “Di arte non si campa”. Ho fatto fatica, ma con ostinazione sono riuscita a seguire quella strada. Poi la vita ti porta altrove. Per anni i pennelli sono rimasti fermi. Non facevano più parte della mia quotidianità. La passione però non muore se è viscerale. La puoi mettere sotto le ceneri, ma le ali prima o poi tornano a chiedere spazio. Per me quel momento è arrivato con il COVID. In quel silenzio forzato ho riscoperto la mia vena artistica. All’inizio è stato duro. Le mani erano arrugginite, la testa piena di dubbi. Ma rimettere il colore sulla tela è stato come ritrovarmi. Riscoprirmi. Riconoscermi. Da quel giorno non ho più smesso. E non ho nessuna intenzione di farlo.
Che tipo di opere realizzi e con quali tecniche?
E.: Lavoro principalmente su tela e utilizzo i colori acrilici, spesso abbinati alle vernici spray. Mi piace la velocità dello spray, il segno immediato che si sovrappone alle stesure più meditate dell’acrilico. È un dialogo tra controllo e istinto. Le mie opere sono astratte perché parto sempre da lì: dalla scomposizione di un’emozione, di un sentire. È un po’ come faceva Picasso quando toglieva dalla vista quello che conosciamo per scomporlo e dargli una forma nuova. Io faccio lo stesso con gli stati d’animo. Li smonto per ricostruirli in colore. Amo l’astrattismo proprio per questo. Ti obbliga ad andare oltre quello che conosci. Oltre la forma riconoscibile, oltre la sostanza. Ti costringe a guardare più in profondità e a usare il cuore prima della testa. Non dipingo quello che vedo. Dipingo quello che sento quando smetto di pensare.
Oltre alla pittura di cosa ti occupi nella vita?
E.: Sono una mamma single e per mandare avanti la famiglia lavoro. Oggi faccio l’addetta vendite in un negozio di caffè. È la realtà, e non la nascondo: i quadri non pagano sempre le bollette. Mi sono cimentata anche nella scrittura perché mi viene naturale esprimere quello che penso e quello che provo. Lo faccio con la pittura e lo faccio con le parole. A volte, come si faceva una volta, scrivo pensieri, emozioni, sensazioni su un diario. Lo tengo nel cassetto e lo tiro fuori quando ne ho bisogno. Le mie giornate sono scandite dalla musica. A quella non posso rinunciare mai. Poi c’è il cinema. Amo i drammi, quelli che ti lasciano un segno addosso per giorni. Quando sento un po’ di stress e sono soddisfatta dell’opera che sto realizzando, dedico il resto del tempo alla cucina. Anche quella per me è una splendida forma d’arte. Metti insieme gli ingredienti, li trasformi, e alla fine nutri qualcuno. Proprio come con un quadro. Curi laboratori d'arte inclusivi e percorsi creativi individuali.
Vuoi raccontare qualcosa?
E.: Sì, porto avanti laboratori aperti a tutti, soprattutto pensati per chi di solito dall’arte si sente escluso: persone con disabilità, malati oncologici, adulti che pensano di non saper disegnare. Nei percorsi con i malati oncologici lavoro online seguendo poi singolarmente i loro lavori per far emergere il linguaggio espressivo di ciascuno. Non insegno “a fare bene”, ma a togliere il giudizio dal gesto. La cosa più bella è vedere quando qualcuno scopre che il segno storto era proprio quello giusto. Ho molti messaggi in cui, proprio chi credeva di non avere doti, scopre e riscopre il piacere di realizzare la sua opera. Riuscire a far percepire il colore come un’esperienza di rinascita e liberazione e la soddisfazione più grande alla fine di ogni lezione.
Recentemente hai pubblicato il flipbook "Il respiro dei colori", di cosa si tratta?
E.: "Il respiro dei colori" è nato da un desiderio delle mie allieve. Alla fine di ogni lezione chiedo sempre di mandarmi le foto dei lavori. Me le studio una per una: le guardo, le ingrandisco, cerco ogni dettaglio, ogni segno che racconta un’intenzione. Poi scrivo una descrizione accurata di quello che vedo. Cosa funziona, cosa emerge, dove si sente davvero la loro mano. Loro restavano ogni volta colpite da questo momento. Un giorno mi hanno detto: "Maestra, perché non raccogliamo queste parole? Vogliamo che ne resti un ricordo". È lì che è nato. L’ho trovato un gesto splendido. Perché leggere la descrizione della propria opera è come guardarsi allo specchio con occhi nuovi. Capisci di aver saputo ascoltare, osservare, riprodurre. Ti riconosci. Vedi nero su bianco che ce l’hai fatta. L’ho chiamato "Il respiro dei colori" perché il respiro a volte lo tratteniamo e poi lo lasciamo andare. Questo quaderno fa la stessa cosa: lo tieni il tempo che serve per leggerlo, percepirlo, amarlo. Poi lo lasci andare. Lo doni a qualcun altro, perché possa iniziare lo stesso percorso.
All’attivo hai anche l’autopubblicazione di due brevi romanzi, vuoi parlarcene?
E.: Esatto! Ho pubblicato “Oltre il cuore – i segreti che pesano sul cuore” che racconta la storia di Giulia, una donna che attraverso la maternità, la perdita effettua un percorso di rinascita e di scoperta del suo io. Il romanzo è un inno alla fragilità che nasce nel silenzio. Il secondo romanzo si intitola “Il secondo incontro”, che parla a chiunque abbia mai creduto nell’amore, ci abbia rinunciato e poi l’abbia ritrovato quando meno se l’aspettava.
Quali progetti hai nel cassetto?
E: Ho tre direzioni che sto coltivando, e sono tutte collegate tra loro.
- Una personale sull’evoluzione: voglio mettere in mostra un percorso intero, senza nascondere nulla. Dalle prime tele, quelle piene di difetti, di imprecisioni, di mani ancora incerte, fino ai lavori recenti che sono più strutturati e consapevoli. Non per fare nostalgia, ma perché si capisca una cosa semplice: il risultato finale non piove dal cielo. È’ solo studio, conoscenza, sperimentazione e tanta costanza. Mostrare anche gli errori è un modo per dire a chi guarda: guarda che si può partire storto e arrivare comunque a una forma tua.
- Dall’astratto al tessuto: l’arte da indossare. Sto lavorando all’idea di trasformare alcune mie opere astratte in capi di abbigliamento. Perché l’arte non deve fermarsi alla tela appesa in salotto. Può uscire, camminare con noi, entrare nelle giornate. Una giacca, una t-shirt o un foulard che porta un dettaglio di un mio quadro significa che il colore continua a vivere addosso alle persone. È un modo per rendere l’arte quotidiana, accessibile, vissuta.
- Il grande sogno: uno studio che sia anche casa per altre persone. Il cassetto più grande è aprire un centro che tenga insieme tutto. Da una parte il mio laboratorio di pittura e dall’altra uno spazio espositivo permanente con le mie opere. Dall’altra aule vive dove tenere corsi di pittura aperti a chiunque senta il bisogno di esternare le proprie emozioni. Non serve saper disegnare. Serve solo la voglia di provare a mettere fuori quello che si ha dentro. Voglio un posto senza giudizio dove il gesto pittorico torni a essere libertà e non prestazione. Questi tre progetti sono pezzi dello stesso discorso: la pittura come processo, come vita di tutti i giorni e come spazio da condividere.
Vuoi ricordare ai nostri lettori i tuoi riferimenti?
E.: Con piacere.
Potete scrivermi all’indirizzo mail:
oppure trovarmi sulla pagina instagram:
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di Carla Paola Arcaini




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