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VANDALISMO E FRATTURE GENERAZIONALI

Abbiamo letto sui social di Peschiera B. dell' ennesimo atto vandalico effettuato in occasione dei “botti” dell' ultimo dell'anno.

Mi permetto di dire che gli atti vandalici, da che mi ricordo, ci sono sempre stati. Non per questo ovviamente intendo giustificarli o sottovalutarli, ma vorrei avviare una riflessione cercando di allargare lo sguardo, per quanto è possibile, sul tempo che stiamo vivendo, soprattutto per capire quali dovrebbero essere i tentativi per rispondere in modo positivo alla banalità del male.

Ciascuno di noi pensa che questi gesti siano opera di persone giovani, adolescenti. Ovviamente andrebbe accertato, ma è certo che spesso, da parte di alcuni giovani, provengono gesti di cosiddetta “inciviltà” o addirittura gesti assurdi che mettono in pericolo anche la loro stessa esistenza. Fatti come questi interrogano le coscienze di tutti e non solo degli esperti. Ciò che capisco, avendo vissuto diverse generazioni a confronto, e frequentando gli adolescenti per motivi professionali, riconosco che vi sono due spazi pubblici separati, dei quali quello giovane pare, più che ostile, indifferente all'altro. Eppure, nelle famiglie, le generazioni convivono, ma è come se non vi fosse più una vera trasmissione dell' esperienza e dei fattori costitutivi della convivenza. Siamo forse di fronte ad una frattura generazionale insanabile?

Qual è la dimensione educativa che si vive oggi nella maggior parte delle famiglie? Quale relazione umana e affettiva si verifica? Vogliamo parlarne apertamente? Quali sono i gesti, i momenti all'interno della famiglia attraverso i quali le nuove generazioni apprendono il senso del dovere, del sacrificio, della responsabilità? Spesso i figli vengono protetti e rassicurati in tutto, non gli si fa mancare nulla, tutto gli è dovuto e anche quando commettono cose sbagliate, ad esempio a scuola e nel rapporto con gli insegnanti, i genitori si trasformano in sindacalisti dei propri figli. Quello che accade ad esempio nel mondo della scuola dovrebbe farci capire che, fuori, nella società civile, nella dimensione pubblica, la faglia tra le generazioni si sta allargando.

Se devo essere sincero quello che più mi spaventa di fronte a fatti deplorevoli come quelli accaduti sono le reazioni di una parte del mondo degli adulti. Reazioni che nella maggior parte dei casi rimangono superficiali, moralistiche e comunque inadeguate.

Le agenzie educative fondamentali nella società sono la famiglia e la scuola. Molte famiglie, lo sappiamo dalle statistiche relative a separazioni e divorzi, sono ormai disgregate e anche quando “reggono” e consentono una educazione adeguata, non riescono a “gestire” la fase adolescenziale. Questa fase è spesso il momento della rottura e della separazione dei ragazzi, nella quale si fanno esperienze di solitudine, di incertezza, di sbandamento, di tentativi ed errori nella costruzione del proprio Sé.

Questa generazione vive con più intensità, paradossalmente proprio nell'era dei social network, la dimensione della solitudine. La scuola dovrebbe rappresentare l'ambito educativo meglio deputato a tenere aperto un legame con le nuove generazioni. Il ruolo degli insegnanti non è solo quello della trasmissione dei saperi, bensì della tenuta della società civile, nella tessitura del filo tra le generazioni, nella civilizzazione dei nostri ragazzi. Agli insegnanti tocca la missione professionale di costruire l' infrastruttura profonda della società civile. Insegnanti che spesso vengono lasciati soli e istituzioni scolastiche che operano senza trovare reali collegamenti con altri ambiti associativi e istituzionali della comunità. Per questo bisognerebbe parlare di Comunità educante. La Comunità educante è l'intera collettività che ruota intorno ai giovani e cresce intorno a loro e il Comune, ad esempio, deve fare anche da facilitatore per una efficace comunicazione e collaborazione tra le Istituzioni scolastiche e le Associazioni presenti sul territorio che – a vario titolo (in campo sportivo e culturale) – offrono servizi “educativi” in senso lato. In particolare quelle che si occupano in modo strutturale di “educazione”. G. M. Bertin scriveva che “non si può affidare solo alle istituzioni “preposte” l'opera educativa perché essa dipende dall'ethos della società circostante”. In primo luogo la città costituisce un luogo educativo e il Comune deve lavorare per far emergere la consapevolezza di questo ruolo al suo interno, nonché nella cittadinanza; in secondo luogo, la volontà di coordinare le attività di tutti i servizi educativi, scuola compresa, con l'obiettivo di diffondere tra questi i medesimi principi pedagogici e la consapevolezza di appartenere ad un unico contesto educativo.

Perché non si apre un vero confronto tra i diversi operatori del territorio su questa emergenza educativa?

Insegnanti, dirigenti scolastici, dirigenti delle associazioni, famiglie, operatori delle parrocchie, assistenti sociali, amministratori pubblici… avviamo “percorsi di confronto e di crescita” innanzitutto nel mondo degli adulti.


Marco Malinverno

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