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LA SITUAZIONE DEI SALARI IN ITALIA: IDEE PER RIDARE PROSPETTIVE E DIGNITÀ AL LAVORO

Negli ultimi 15 anni i salari nel nostro paese sono cresciuti poco e sono al di sotto della media di altri paesi economicamente avanzati.

Gli stipendi italiani sono 25esimo posto su 36 dei Paesi del gruppo Ocse e all'11esimo su 17 dell'Eurozona (dati dell'Osservatorio JobPricing)

La Retribuzione Annua Lorda (Ral) nel 2021 si attesta a 29.301 euro, mentre la Retribuzione Globale Annua (Rga) a 29.840 euro. Rispetto al 2020 la variazione RGA è del -0,2%, quella RAL dello 0,3%. In entrambi i casi, la variazione dell'ultimo anno è stata peggiore della variazione media annua del periodo 2015-2021

La crescita di lungo periodo (2015-2021) mostra un sostanziale immobilismo salariale. Date le tendenze sulla crescita dei prezzi, il potere d'acquisto dei lavoratori è eroso dall'inflazione: i prezzi sono cresciuti del 1,9% nell'ultimo anno e del 4,7% tra il 2015 e il 2021.

Nonostante i dirigenti guadagnino in media 13 mila euro di Rga e un Ceo possa arrivare a guadagnare fino a 208mila euro, in Italia il grosso delle retribuzioni si attesta sotto la soglia dei 35 mila euro, esponendo il 90% dei lavoratori a continue perdite di potere di acquisto dovute all'inflazione

A livello regionale, tra Nord e Sud e Isole c'è un differenziale di circa 3.800 euro sulla Ral e di circa 4.500 euro sulla Rga.

Nei settori economici i servizi finanziari si confermano il settore meglio pagato e quello con il più alto tasso di crescita generale 2015-2021. All'ultimo posto per retribuzioni troviamo invece il settore dell'agricoltura .

Il problema centrale è quello di sviluppare un sistema che permetta di ottenere un salto nei salari reali e che faccia emergere non il minimo salariale, ma un salario giusto, capace di coprire i costi della vita ed assicurare tranquillità e dignità ai lavoratori in ogni settore. Come richiamato nella “Quadragesimo anno” il salario deve essere proporzionato non solo alle necessità del lavoratore, ma anche a quelle della sua famiglia

Il tema del livello salariale è poi direttamente connesso alla tipologia dei lavori e alla possibilità di crescita professionale.

La proposta di legiferare sul salario minimo è in sé giusta, ma rischia di essere sterile come se bastasse questa misura a sistemare la situazione salariale del paese. Il tema è fortemente evocativo. Dire che si fissa un salario minimo per legge evoca un intervento di giustizia ed eguaglianza che porta tutti, come prima reazione, a condividere i fini per cui si vuole intervenire. Abbiamo tutti in mente che così si mette fine alle paghe da fame con cui vengono trattati gli immigrati impiegati nella raccolta di prodotti agricoli. Ma quello sfruttamento a livello di schiavitù è dovuto al caporalato ed è già vietato da molte leggi, con risvolti penali perché è in genere abbinato ad altri reati associativi di stampo mafioso.

Anche i sotto salari applicati da finte cooperative nella logistica e in altri settori ad alto impiego di manodopera sono già puniti da legislazioni dedicate che colpiscono le truffe salariali perpetuate attraverso il finto “socio-lavoratore”.

La Pubblica amministrazione dovrebbe poi interrogarsi quando pubblica gare per fornitura di personale in somministrazione e mette il prezzo al ribasso senza capire che così porta a salari sotto il livello contrattuale. Nello stesso modo è dal pubblico che vengono molti esempi di precariato e l'abuso di contratti a tempo determinato (anche per figure professionali oggi importantissime come medici e infermieri) sottopagati rispetto al salario riconosciuto a chi è assunto a tempo indeterminato.

Quando viene evocata la legge sul salario minimo molti pensano che serva per mettere fine agli abusi che ho ricordato e ai molti altri che la realtà del lavoro nel nostro Paese presenta ancora. Ma, come detto, questi abusi e comportamenti scorretti hanno già una legislazione specifica che li vieta e che richiede migliori sistemi di vigilanza e controllo per estirparli. Vi sono però settori economici e rapporti lavorativi che, perché nuovi o che non trovano riferimento in contratti esistenti, non hanno un riferimento economico e possono perciò non avere tutele per i lavoratori. Il caso dei lavori da gig economy sono solo l'ultimo in ordine di tempo, prima abbiamo avuto una situazione simile con le badanti o altre professioni nuove.

Ciò che però emerge dal lungo elenco di ingiustizie che ognuno di noi immagina di colpire con la legge sul minimo salariale è che la sola norma non basta. I tanti esempi fatti ci dicono che se lasciata sola, la legge viene aggirata in tanti modi. Ciò che rende forte l'indicazione legislativa è se questa non viene solo calata dall'alto, ma vive nei rapporti sociali, cioè se è interprete di qualcosa che già nella società vive e ha portato a maturazione di proposta condivisa il rispettare dei limiti.

In una società povera di corpi intermedi, povera di rappresentanza degli interessi, povera di rappresentanza sindacale, la sola legislazione sul salario minimo avrebbe come tutela solo le aule dei tribunali e il controllo di qualche ente preposto alla vigilanza. Come si vede dai mille esempi della nostra realtà sarebbe ben poco tutelata.

Chi in questi anni ha perseguito la strada della disintermediazione sociale, chi ha pensato che basti dirigere lo Stato e legiferare per cambiare la società, oggi crede che basti fissare per legge una cifra, magari demagogicamente alta, e così sistemare tutto. La realtà richiede invece un' attenzione maggiore alla società e al rafforzamento di ciò che è già presente e organizzato. È per questa ragione che la legislazione sul minimo salariale dovrà avere al centro più del numero di euro/ora che fisserà il minimo, la cura e il rafforzamento di chi può fissare per contratto i livelli salariali per i diversi settori economici e stabilire anche le tutele che diano piena dignità, non solo economica, al lavoro. Bisogna partire da questo riconoscimento del ruolo sindacale, chiedere ai sindacati un salto di qualità nell' impegno della rappresentanza e perseguire così il risultato di fissare il minimo salariale per chi non ha tutela, ma indicare assieme anche la strada per estendere le rappresentanze e le tutele per un lavoro dignitoso per tutti.

La questione della rappresentanza sindacale e dei livelli di contrattazione rende complessa l'applicazione stessa del salario minimo. Pur essendo una misura presente nei paesi economici più sviluppati la proposta ha aperto un dibattito che vede anche i sindacati dei lavoratori opporsi a un intervento legislativo che non tenga conto anche di molti altri aspetti. Cerchiamo di fare chiarezza sugli aspetti generali. In primo luogo è da valutare proprio il ruolo delle organizzazioni sindacali e del valore dei livelli salariali fissati dalla contrattazione nazionale. Anche se in tanti considerano intoccabile la nostra Costituzione, perché ritenuta “la più bella del mondo”, gli stessi si guardano bene dal richiedere l'applicazione di alcuni articoli per regolamentare la rappresentatività delle organizzazioni sia padronali che dei lavoratori. In assenza di tale regolamentazione, nel corso degli ultimi anni, vi è stata un'esplosione di contratti nazionali sottoscritti da associazioni di rappresentanza per nulla o poco rappresentative. Il risultato è che oggi, se si volesse usare come indicatore di riferimento, il dato salariale contenuto in un contratto nazionale di categoria, ci troveremmo di fronte a valori molto diversi fra di loro.

In questa nuova situazione vi sono esigenze poste da nuovi rapporti di lavoro (si pensi ai lavori solo parzialmente dipendenti di chi collabora a piattaforme informatiche), ma anche veri e propri abusi salariali come evidenziato da molti interventi anche della magistratura nel settore agricolo o della logistica. La mancata applicazione del dettato costituzionale non ha dato vita a questa situazione per decenni solo perché il numero delle rappresentanze sindacali di peso nazionale era rimasto limitato e invariato. Peraltro il forte legame esistente fra rappresentanza sindacale e sistema dei partiti assicurava che l'immobilismo non provocasse nuove forme di rappresentanza sociale. La fine del sistema dei partiti e una legislazione che ha permesso la crescita di nuove rappresentanze ha permesso che si arrivasse alla situazione odierna e il tempo a disposizione per giungere a una decisione diventa sempre più scarso.

Il timore sindacale è che un'indicazione di minimo salariale fissato per legge renderebbe ancora più debole il valore della contrattazione nazionale. Si porrebbe inoltre il rischio che il valore fissato risulti inferiore a quanto previsto dai contratti in alcuni settori. Ciò aprirebbe spazi ad abusi o contasti fra realtà locali e norme nazionali rendendo ancora più fitta la giungla dei valori salariali di riferimento. La situazione attuale è ormai giudicata da tutti come insostenibile. Sono pressoché quotidiane le notizie relative a situazioni lavorative che sfuggono alla capacità di intervento tramite i canali tradizionali del confronto sindacale fra le parti. Da parte sindacale si ritiene prioritario partire dal fissare criteri di rappresentatività. Un primo accordo fra governo e le principali rappresentanze dei lavoratori va infatti in questo senso. Lo stesso dovrebbe avvenire per le rappresentanze delle imprese.

Marco Malinverno


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