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La città ideale è quella dove si rispettano i valori tradizionali.

  • improntaredazione
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Ogni tre quattro anni siamo chiamati a votare, nazionali, regionali, comunali… cambiano i simboli, falci e martelli, fiamme, scudi, torri, colombe, ulivi… più raramente cambiano le facce, le proposte, le promesse. Ma invece che ascoltare cosa ci propongono le forze politiche, perché non ci chiediamo cosa vogliamo noi? Cosa vorremmo per il nostro Paese o per il nostro comune? Non pensiate che sia una novità, nei secoli questa domanda è stata posta più volte, a partire dal Rinascimento e come risposta nacque il mito della Città Ideale. E venne pensata, immaginata come un luogo ideale per viverci dove l’urbanistica, l’organizzazione stradale, gli spazi avrebbero reso tutto più bello, più pulito, più semplice. Forse perché si veniva da un medioevo dove luce, pulizia, mobilità erano concetti un po’ trascurati. Ma ora? Ora forse non veniamo da un medioevo spirituale dato dal crollo dei valori tradizionali? Forse c’è più pulizia fisica ma meno pulizia morale, c’è meno rispetto e più arroganza, più egoismo e meno disponibilità. Quindi la Città Ideale moderna non è un luogo perfetto, ma lascia spazio ad una domanda : come vogliamo vivere domani? Possiamo attraversarla la nostra città, ascoltarne i suoni, le storie, le persone… parleremo di spazi, ambiente, comunità, energia, relazioni; di ciò che funziona e di ciò che va cambiato. Per capire quello che sapevamo già : una città non è fatta solo di strade e palazzi,ma di scelte, rispetto e futuro condiviso. In Italia sono esistiti esempi di grande valore di come si può abbinare lavoro, casa, tempo, amicizia, aiuto e questi esempi non vengono dalla politica. Pensiamo ad Alessandro Rossi, titolare, attorno al 1870, del più importante lanificio italiano. Uomo pragmatico, profondo conoscitore della vita e delle abitudini dei suoi operai ancora molto legati alla terra, dotato di una solida cultura di matrice cattolica, egli è convinto che l’industria “non deve essere soltanto fonte di guadagno e impiego di capitale, ma sorgente comune di cultura e di progresso. “In quegli anni egli decide di realizzare un nuovo quartiere (la “Nuova Schio”), destinato ad ospitare le abitazioni di maestranze, operai e pensionati della fabbrica oltre ad una serie di servizi (la chiesa, un asilo, scuola e negozi). L’architetto di fiducia del Rossi, Antonio Caregaro Negrin  elabora nel 1872 un progetto assai innovativo, anticipatore delle “città-giardino” inglesi e senz’altro frutto della sua vasta esperienza nella progettazione di parchi.

Alessandro Rossi elabora il concetto di responsabilità sociale dell’impresa, per cui la ricchezza prodotta dall’ azienda non è ad esclusivo vantaggio degli azionisti ma distribuisce sul territorio i benefici dei risultati economici, promuove la crescita della comunità in termini di benessere, socialità e cultura. Su due assi ortogonali (uno dei quali direttamente collegato alla fabbrica) si dispongono una serie di vie sinuose, lungo le quali stanno le abitazioni, ognuna dotata di giardino ed orto. La case, distinte in 4 classi in base alle dimensioni, ai servizi interni ed al grado di finiture e decorazioni, sono destinate a diversi gruppi sociali, ma sono armonicamente accostate ed amalgamate dalla continua presenza del verde. I percorsi serpeggianti offrono continui cambi di prospettiva e nello stesso tempo assicurano ad ogni punto una propria identità. Il progettista, riflettendo senz’altro le intenzioni del Rossi, è convinto che “la zona residenziale della città deve offrire al lavoratore dell’industria una vita alternativa a quella ordinata e rigorosa della fabbrica, restituendogli almeno in parte l’ambiente rurale d’ origine con la presenza della natura…e dandogli uno spazio privato…ed uno pubblico per la vita sociale lontano dalla fabbrica…Il sistema viario di tipo paesista illudeva sulle reali dimensioni del quartiere, prospettando …una visione più armoniosa della collettività.

 E’ lo stesso pensiero, ma affinato nella strumentazione tecnica messa in atto (sociologia ed urbanistica) che guida nel secondo dopoguerra del ‘900 l’azione di Adriano Olivetti nel rinnovamento urbano di Ivrea, dove avevano sede i suoi stabilimenti.

Con esiti tanto esemplari da far inserire la città nel Patrimonio Mondiale UNESCO come “città industriale del XX secolo”. Dalla descrizione del sito leggiamo: “L’insieme rappresenta l’espressione materiale, straordinariamente efficace, di una visione moderna dei rapporti produttivi e si propone come un modello di città industriale che risponde al rapido evolversi dei processi di industrializzazione…Il valore unitario complessivo del sito risiede nel connubio tra la nuova capacità espressiva propria di queste architetture moderne e il riconoscimento del loro essere parte di un progetto economico e sociale esemplare permeato dalla proposta comunitaria…[fondata] su un ipotetico nuovo ordinamento politico e amministrativo basato sulla Comunità e su un modello economico caratterizzato da una visione collettiva delle relazioni tra lavoratori e imprese” .Il piccolo centro come cuore della vita culturale per “sensibilizzare verso i valori morali e conoscitivi, il bene comune, l’educazione civica e l’aspirazione a un’umanità responsabile in sintonia con la natura”

Sempre su questa linea si pone anche il recente progetto di recupero del borgo umbro di Solomeo da parte del noto imprenditore nel campo della moda Brunello Cucinelli. Non solo sono state restaurate integralmente le strutture esistenti, si sono anche realizzate nuove architetture (sobriamente ispirate all’ edilizia storica) per fare del piccolo centro il cuore e la mente dell’impresa, ma anche il luogo di un’intensa attività culturale mirante “a sensibilizzare verso i valori morali e conoscitivi, il bene comune, l’educazione civica e l’aspirazione a un’umanità responsabile in sintonia con la natura”.

Certo quelli citati sono esempi buoni per una stagione passata, oggi l’Italia è molto meno industriale e molto più terziario, pensare ad un quartiere disegnato apposta per favorire lo scambio culturale, amicale, familiare  ed anche di proposta lavorativa sembra una folle utopia, poi non esistono più gli imprenditori illuminati che hanno la volontà di creare per il bene comune, anzi forse è già tanto se troviamo imprenditori con la I maiuscola. Ma anche l’Italiano è cambiato, si ritiene sempre il più furbo, quello che non ama far le file, quello che trova la soluzione ad ogni problema, ma l’Italiano è anche quello che ha perso il gusto di parlare, quello che fatica ad accettare il confronto, quello che lui e i suoi figli hanno sempre ragione a scuola e sul campo di calcio. Le nuove generazioni preoccupano, ragazzi chiusi sui telefoni cellulari, strade e quartieri pericolosi di giorno come di notte, viviamo in una ubriacatura perenne di libertà nel nome della quale quasi tutto è lecito mentre per Platone, ad esempio,  la libertà non è fare ciò che si vuole, ma agire secondo ragione, giustizia e conoscenza del bene. Ecco da queste tre semplici parole potrebbe nascere la rivoluzione, se noi imparassimo che la ragione è la facoltà umana di pensare, connettere idee, formulare giudizi e discernere il vero dal falso in modo logico e coerente. Impareremmo che ognuno di noi ragiona e che ogni pensiero è rispettabile.  Che la giustizia è un valore etico-sociale, filosofico e giuridico che consiste nel riconoscere e rispettare i diritti altrui, attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto. Regola i rapporti umani garantendo l'ordine, la proporzione e la conformità alle leggi, mirando al bene della collettività e all'uguaglianza sostanziale. E infine la conoscenza del bene è un concetto filosofico e teologico che indica la capacità di distinguere il bene dal male, la morale e la coscienza. Tutto semplice no? E allora se vogliamo vivere in una città migliore, in un Paese più giusto non accontentiamoci di sentirci proporre una riduzione sul prezzo della benzina, un ponte sullo stretto o il salario minimo. Chi ce lo propone prima deve dare dimostrazione di agire secondo ragione, giustizia e conoscenza del bene.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

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